Skateboarding is not a sport

Osde

‘In relazione alle recenti dichiarazioni di Ian MacKaye e Pontus Alv, dopo l’articolo apparso su Share Skateboarding, mi permetto di postare un paragrafo dei miei studi del 2004. Non ho mai pubblicato questo genere di testi su riviste di settore per non imporre una visione della disciplina che deve restare libera. Rispetto chi vive lo skateboarding in ogni modo, sia esso sport, cultura o passeggio…’
Giovanni Matteo Emiliani

Il confronto fra una disciplina sportiva di lifestyle e lo sport organizzato-istituzionale è stato trattato da più autori con esiti concordanti (Lash, 1979; Elias, 1989; Beal, 1995; Rowe, 1999; Porro, 2001, Wheaton, 2003).
Nicola Porro ritiene che le attività parasportive di loisir siano incentrate sulla ricerca di emozioni a sfondo ludico, nella totale assenza di competitività e regolamentazione. Tuttavia si richiedono “abilità specifiche tenacemente coltivate entro una cornice culturale che assume l’autocompetizione come una delle possibili varianti dell’idea di competizione” (Porro, 2001: 104). Il prevalere su un avversario cede il posto alla sperimentazione delle proprie capacità, al superamento dei propri limiti. In questa sfida con se stessi l’ambiente circostante diviene arbitro e strumento. Dove si abbassa il livello della codificazione agonistica si innalza al massimo la componente espressiva che alimenta l’assunzione del rischio.
Nell’analisi di Norbert Elias le pratiche sportive civilizzate concorrono a realizzare quel programma d’interiorizzazione delle norme e delle obbligazioni sociali intorno al quale si sviluppa la modernità occidentale. Soprattutto i giochi di squadra manifesterebbero un’ideologia competitiva propria dei ceti borghesi; l’ideologia della “norma e della prestazione” che riflettono, a loro volta, i “principi capitalistici della modernità”. La regolazione dei giochi di squadra è un lungo processo di costruzione di un sistema di norme, garanzie e sanzioni, che esemplifica la costituzione dello “Stato moderno e della sua dominante configurazione istituzionale: il parlamentarismo”. Così come “lo Stato-nazione edifica il suo sistema giudiziario”, legittimandolo attraverso il vincolo dell’imparzialità e l’universalismo delle regole, “lo sport moderno elabora codici, regolamenti, statuti e sanzioni” che servono a disciplinare lo spontaneo vitalismo dei giochi e a sportivizzare le attività
ludiche. “La figura dell’arbitro è una metafora di quella del giudice. Lo spazio fisico del gioco viene delimitato, circoscritto, recintato entro le geometrie di un perimetro regolamentare” (Elias N., Sport e aggressività, Il Mulino, Bologna, 1989: 18-20).
David Rowe (1999) nel glossario che conclude il suo Sport, Culture and Media, si sbilancia in una definizione di sport: “un’attività fisica di tipo ricreativo e/o professionale, basata sulla competizione e su un sistema di regole”. Mentre il gioco (play) fisico e le competizioni basate sul divertimento (game) sono esistite in molte società e in epoche diverse, lo sport in forma regolare e organizzata è il prodotto di un’istituzione sociale della modernità che ha le proprie origini nell’Inghilterra vittoriana. Vengono così escluse dal perimetro dello sport tutte le discipline open air basate su un rigoroso e tenace addestramento fisico-motorio, eppure non formalmente competitive.
Nel 1979 Cristopher Lasch sviluppa la sua riflessione sul narcisismo di massa in relazione al successo emergente degli sport californiani. Lasch descrive la ricerca di uno stato di flusso (flow) come la motivazione dominante in alcune pratiche sportive open air. Il flow consiste nel lasciarsi trasportare dall’emozione innescata dallo skateboarding, il flow è determinante nello stile di uno skater ma comporta anche un meccanismo mentale per cui lo “skateare per skateare” diventa il solo fine possibile sottraendo lo skateboarder dall’imperativo costi-ricavi. Attraverso l’astrazione dai vincoli utilitaristici il praticante realizza una sensazione di autentica libertà. Non si tratta soltanto di una rottura esplicita con il paradigma dello sport di prestazione o di un impiego amatoriale del tempo libero finalizzato alla salute, in gioco c’è una dimensione culturale e psicologica profonda che ha delle impressionanti ricadute sulla gestione della propria identità sociale. Da questo punto di vista la definizione di identità diventa un elemento centrale nella condizione giovanile, con la differenza, rispetto al passato, della necessità di costruire un’identità piuttosto che di riceverla e riconoscervisi. Il raggiungimento di una propria identità attraverso un lungo processo di maturazione è compito di tutto l’arco della vita evolutiva e molte pratiche sportive concorrono alla realizzazione del sé. Gli atleti che si allontanano dagli sport tradizionali sono gli avversari di se stessi, rivendicano questa dualità misurandosi con le proprie risorse, la propria sagacia e i propri nervi. Loro producono agli altri la prova del proprio valore ma considerano più essenziale la propria valutazione.

Un intervistato spiega così lo stato di flusso: “Il flow è una dote innata, si può cercare di trovarlo ma alcune persone lo possiedono naturalmente. Dopo poche settimane di skateboarding puoi distinguere chi possiede il flow da chi invece non lo avrà mai. Però ogni skater può migliorare se si è molto critici sullo stile”.

Dall’osservazione delle interazioni fra skaters, dalle interviste e dall’analisi del materiale etnografico si evince quali sono le differenze fondamentali che separano lo skateboarding dagli sport tradizionali. Innanzi tutto lo skateboarding è gestito e praticato da partecipanti giovani. Non esiste un pubblico anziano e sono molto pochi i partecipanti adulti. Secondariamente lo skateboarding non è basato sulla competizione.

La caratteristica fondamentale della lontananza d’ogni aspetto competitivo è affermata da un old school skater: “Lo sport è fatto di competizione ed è per questo che lo skateboard non si può definire come sport. Anche all’interno di un circuito professionistico non esiste vera competizione. Nel calcio c’è una pressione altissima sui giocatori, tutti devono dare il massimo ed essere migliori degli altri. Nel nuoto si è cronometrati e bisogna fare i conti contro il tempo. Nello skateboarding devi spingere te stesso sempre di più ma non combatti contro qualcuno o qualcosa, devi solo skateare con il miglior stile possibile, questa è la sola cosa che conta”.

In realtà alcuni skaters esplicitano un’attitudine competitiva ma questa è generalmente vista come un attributo negativo come osserva un giovane skater: “Non è vera competizione, al massimo può accadere che tu stia provando un trick e qualcuno te lo chiude in faccia. Non solo perché è più bravo, ma anche per motivarti”

Il contrasto con la gestione adulta dello sport tradizionale definisce l’identità degli skaters secondo una logica oppositiva.

Uno skater riferisce: “La cultura degli skaters si allontana da molte norme sociali. Noi vestiamo in maniera diversa, parliamo un nostro linguaggio e abbiamo delle regole che solo noi possiamo capire e condividere”.

L’attrazione nei confronti della disciplina è determinata da fattori legati all’individualismo e all’autoespressione, tra i quali spicca soprattutto la facoltà di poter sempre decidere in autonomia ogni aspetto legato all’attività e alla pratica sportiva.

Come esplicita l’intervistato: “Skateo dove, quando e come voglio io” .

Un’altra delle principali caratteristiche non-sportive dello skateboarding è il rifiuto di ogni rapporto autoritario, laddove invece lo sport tradizionale impone ruoli gerarchici e regole d’ordine.

Uno skater veterano conferma: “Non abbiamo bisogno di uniformarci con delle divise, non può esistere un coach che insegna come allenarsi, impossibile determinare i confini del “campo di gioco”, nessun fallo, nessuna penalità. Io posso skateare ovunque”.

“…non siamo al militare… facciamo quello che vogliamo… conta solo divertirsi” .

Gli skaters universalmente concordano sull’informalità della pratica che consente la libertà di esplorare il proprio essere e di esprimerlo.

Un veterano ritiene che: “Le persone che fanno skateboard sono predisposte ad una maggiore apertura mentale. Il basket o il baseball possono essere divertenti ma sono schematici e ripetitivi. Lo skateboard è speciale perché è un’attività progressiva dalle variabili infinite. Sono poche le cose che si possono fare con una palla e un sistema di regole, tutto si riduce a prendere possesso, correre e fare punti. Esaurire le potenzialità di uno skateboard è un’impresa impossibile”.

Gli skaters consapevolmente rifiutano la maggior parte dei significati e delle manifestazioni legate allo sport tradizionale, questo è confermato dal motto che da anni circola fra gli skaters: “Skateboarding is not a sport”. Gli skaters contrastano il sistema sportivo delle competizioni di squadra opponendo i loro criteri di stile, intelletto, creatività e indipendenza; e avversano ogni gioco regolamentato e arbitrato, come ad esempio il sistema del calcio.

“Le scuole di calcio insegnano a correre e a calciare una palla, i calciatori obbediscono se il mister dice di stare a guardare il gioco dalla panchina. È questo l’aspetto allucinante del calcio. In fin dei conti sono tutti sottomessi” .

La maggior parte degli skaters intervistati ritiene che altre attività come il calcio, lo sci o il rollerblade, non possiedano alcuna rilevanza estetico-artistica o innovatrice. In particolare lo sci evidenzia la rigidità di un’elite conservatrice, il calcio incarna la mediocrità delle masse popolari, ma più di ogni altro sport, il rollerblade, è duramente attaccato dalla totalità degli intervistati per le sue degenerazioni rispetto allo skateboarding.

“I roller sono i tipi peggiori, condividono uno spazio che non è stato pensato per loro, sono come sanguisughe. Sono derisi giustamente perché copiano le manovre dallo skateboard ma non hanno stile. Uno skater può fare il quintuplo delle manovre e le può fare meglio. Dovrebbero tornare ad allenarsi sui viali con i vestiti di lycra perché quello che fanno non è freestyle, al massimo è un esercizio d’aerobica. Sono patetici e fanno schifo in molti aspetti della vita. Il problema è che copiano male, dall’abbigliamento ai nomi delle manovre. Credo che nessuno skater potrà mai rispettare un blader”.

La cultura sportiva del divertimento si differenzia dal modello sportivo tradizionale innanzitutto per l’enfasi posta sulla dimensione estetica a discapito di quella etica: mentre infatti lo sport moderno incarna i valori guida dell’etica borghese propri della società industriale, gli sport di scivolamento sembrano più orientati ad un’estetica che privilegia la ricerca di sensazioni e nuove prospettive. Come già detto, gli skaters rivelano se stessi attraverso un’attività fisica non formalizzata nella quale trovano espressione sia l’assunzione di rischio, sia la sfumatura creativa. È proprio il termine “espressione” che lega la pratica dello skateboarding a molteplici manifestazioni artistiche, dalla grafica al design, dalla fotografia alla musica.

“Lo skateboarding rappresenta un serio pericolo per l’integrità sociale perché esso promuove l’individualismo e la creatività dei giovani” (T-shirt Advertisement, 1999).

“La necessità di trovare il proprio stile è essenziale per sentirsi appagati dallo skateboarding. La ragione per cui amo skateare è esprimere me stesso senza il rischio di incorrere in giudizi esterni. Solo uno skater può valutare un altro skater ma quello che conta, alla fine, è il giudizio personale”.

Come già accennato, gli skaters non riconoscono autorità esterne in grado di orientare la loro libertà creativa, infatti, essi riferiscono che i valori essenziali sono il controllo partecipante e la non competitività. Una possibile critica a questi valori basilari è il rifiuto del confronto con gli altri e in particolare con i non skaters.

Un veterano dichiara: “Alla maggioranza delle persone non piacciono gli sport spontanei, come lo skateboarding, non capiscono le finalità del “gioco”. La gente preferisce gli sport organizzati dove c’è la concreta possibilità di competere e vincere” .

L’assenza di regole formali e il rifiuto d’ogni imposizione autoritaria sono principi basilari dello skateboarding. Il crescente desiderio di professionismo è ambiguamente argomentato dagli skaters perché “l’essere pro” non deve essere un traguardo prefissato, esso rappresenta piuttosto il coronamento di un’esistenza dedicata alla pratica. La vita dello skater non dovrebbe essere influenzata da finalità spettacolari o commerciali. Al cuore del binomio skateboarding-professionismo, infatti, non sta il denaro, bensì la gestione del tempo. Lo skater professionista impiega per il raggiungimento di risultati d’eccellenza la quasi totalità del proprio tempo, indipendentemente dalla remunerazione che ne ricava. In questa ottica, lo skateboarding professionistico si presta bene a segnare il confine fra etica del divertimento, “fun morality”, ed etica del lavoro “work morality”, secondo l’intuizione di W. Mills. Tuttavia, l’espansione del professionismo e la spettacolarizzazione mediatica, combinandosi, disegnano i tratti salienti dello skateboarding contemporaneo.

Come conferma l’organizzazione del CIS: “C’è molta gente che non trova particolarmente cool pubblicare gli articoli dei contest sulle riviste di skateboard. Molti altri non vogliono dare a vedere che si impegnano durante una gara. Altri ancora ritengono sia uncool anche solo partecipare ad una gara. Per fortuna sono la minoranza. Nello skateboard ognuno pensa quello che vuole e nessuna cosa è veramente giusta. Tuttavia ci sono delle evidenze che non possono essere negate ed una di queste è che una scena è solida anche quando dispone di buoni contest organizzati in circuito”.

Un ultimo modo per evidenziare le distinzioni rispetto un’attività sportiva sono i benefici ricavati in termini di salute. Mentre lo sport è per antonomasia un’attività funzionale al benessere nelle varie età, lo skateboarding generalmente contrasta anche questa valutazione. Infatti, c’è uno sbilanciamento evidente verso il rischio d’incidente e quindi esiste una notevole pericolosità in termini di salute. Anche lo stile di vita degli stessi professionisti può essere tutt’altro che salutare. Il paragone con il rollerblading ritorna con ironiche connotazioni:

“Al massimo è un esercizio d’aerobica che cerca di confondersi con il freestyle. Noi ci spacchiamo… in tutti i sensi”.

Indaghiamo ora la percezione dell’avvento dello skateboarding professionistico da parte degli skateboarders. La professionalizzazione è il processo mediante cui un’attività acquista i caratteri della professione: l’esercizio dell’attività a tempo pieno per scopi di sussistenza, l’acquisizione e uso di saperi tecnici, specialistici e complessi, la capacità di organizzazione dell’attività sia a livello individuale che collettivo. La distinzione tra dilettanti e professionisti non è senza importanza nello skateboarding come nelle arti e in molte altre attività umane. Come già accennato, lo status interno alla membership assunto dai professionisti di skateboard e il loro rapporto con le companies determina profonde spaccature fra i partecipanti alla skateculture. Contrariamente ad alcuni valori di base (ad es. individualismo, auto-espressione, ecc.), la relazione fra professionista e company non è sempre bilanciata e le aziende detengono la dominanza in questo rapporto di
forza. Questa tensione interna è emersa anche nel corso delle interviste. Soprattutto è stata evidenziata la perdita del controllo diretto dal professionista sulla sua attività skateboarding a seguito delle ingerenze avanzate dalle companies (animate da scopi principalmente commerciali).

Mike Vallely, storico skater professionista, dichiara: “Il discorso sulle opportunità di guadagno ha il potere di esaltare sia i giovani “atleti”, sia i non giovani interpreti dello skateboarding. Le nuove generazioni che si affacciano sulla scena e i vecchi skaters devono ora fare i conti con tre decenni di industria dello skateboarding. L’opportunità di guadagno è ora accolta a braccia aperte come mai è accaduto prima nella storia della nostra disciplina.
Le facce nuove e i vecchi dinosauri dello skate stanno assistendo a questa storia, la stanno costruendo e stanno discutendo su un processo che potrebbe produrre molto denaro. Come già accaduto nel passato dello skateboarding questi sconvolgimenti e pressioni in direzione del business sono distruttivi (…) Noi e l’industria dello skateboard siamo i soli possessori di quello che ci serve, abbiamo tutte le risorse per fare crescere lo skateboarding, per farlo evolvere con le nostre sole forze. Lo skateboarding non ha nulla a che vedere con il mainstream. La competizione non deve esistere. Lo skate non può entrare nei programmi della televisione e certamente non potrà mai divenire uno sport olimpico”.

Nel momento in cui le aziende impongono l’abbigliamento, le manovre da compiere, la location in cui farle, si dirigono in direzione contraria rispetto ai valori interni dell’individualismo e dell’autoespressione enfatizzati dallo skateboarding delle origini. Gli skaters più anziani rilevano questo stridente contrasto e creano sempre delle distinzioni fra chi mantiene in vita i valori centrali (interni) dello skateboarding e chi si è “venduto” alle companies.

Lo skateboarding professionistico comporta dei cambiamenti fondamentali rispetto alla pratica amatoriale, come fa notare un veterano: “Uno skater diventa professionista in maniera del tutto spontanea. Se fai skate è solamente perché vuoi farlo. Se hai intenzione di fare soldi diventando un atleta professionista devi iniziare un altro sport. Non credo che questa distinzione esista in altri sport…ma alla fine lo skate non è sport, è cultura e in quanto tale ha il suo sistema di valori…”.

Il paradosso del professionismo nella cultura dello skateboarding è espresso anche da un ex professionista: “Ero sempre alle gare per portare a casa un po’ di soldi… ma non è un bel modo di vedere lo skateboarding. Ora, invece, skateo sempre con i miei amici, preferisco così.”.

Un old school skater dichiara: “Finalmente ho fatto un tour come skater e non come tour manager. Tutta un’altra cosa. La sola preoccupazione è viaggiare e skateare”.

Nell’inseguire un credo esplicitato dalle parole “fai quello che vuoi senza restrizioni” i professionisti hanno ricevuto supporto finanziario dalle aziende commerciali manifatturiere di skatefashion, dai media, e da compagnie extrasettore. Questo ha creato una linea sottile che separa l’autenticità dalla mercificazione dei propri valori. Diversamente dagli atleti d’altre discipline gli skaters professionisti potrebbero non competere in alcun contest. Il successo in una competizione non è un prerequisito necessario e può essere rimpiazzato da una buona parte video. Gli skaters professionisti non devono articolare la propria immagine su criteri d’accettazione da parte del grande pubblico, non devono promuovere un’immagine salubre o quant’altro, devono solamente essere se stessi nell’interazione, mediata o diretta, con altri skateboarders. Qualche problema sorge nella relazione fra lo sponsor e lo skater professionista perché il primo esige dal secondo la soddisfazione delle proprie esigenze. In questo modo i professionisti devono concretamente patteggiare con l’universo commerciale, entrando in opposizione con i precetti astratti dell’idealistico background culturale da cui provengono. Il mondo dell’arte e la storia della cultura giovanile sono pervasi di ambivalenze tra l’essere e il voler essere, tra valori assoluti e valori contingenti. Sono essenzialmente gli skaters della old school generation ad insistere sulle distinzioni di autenticità nello skateboarding perchè possiedono una coscienza critica riguardo le influenze del mercato e della pubblicità sullo skatefashion. Sono stati gli stessi skateboarders a vedere direttamente i cambiamenti comportati dai loro stessi prodotti nello stile d’abbigliamento di una moltitudine di persone non legate internamente allo skateboarding (posers). In questa massiccia operazione commerciale, che ha coinvolto maggiormente il target giovanile, solo poche persone hanno goduto di ingenti guadagni. A seguito di questo processo si possono comprendere meglio le esigenze di un piccolo gruppo originario di skaters che ha nutrito il mercato con nuovi stimoli provenienti direttamente dalla strada. L’esigenza di questi skaters è stata quella di creare la distinzione fra un gruppo serio e internamente legittimato e un mondo sociale contaminato dallo skatefashion che ha “allargato” i criteri d’accessibilità nello skateboarding.

da “Skateculture e identità giovanile” di Emiliani Giovanni Matteo, 2004

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