Claudio Majorana – ”Head of the Lion” Interview

FedeC

Ritengo che Claudio Majorana sia uno dei personaggi trasversali più interessanti usciti dalla scena italiana negli ultimi anni, e che “Head of the Lion” ne sia la prova.

Con il suo lavoro, Claudio usa lo skateboarding per raccontare una storia più ampia, un progetto sull’adolescenza, un gruppo ristretto di ragazzi cresciuti in una cittadina di periferia in Sicilia, tra rampe improvvisate, primi amori e riti d’iniziazione. Il lavoro è stato selezionato dal British Journal of Photography come uno dei più interessanti del 2018, ed è riuscito a raccontare una visione intima dello skateboarding ad ambienti che probabilmente non avrebbero avuto altri modi di capirla. L’approccio sociologico del reportage di Claudio sfugge ai luoghi comuni che aleggiano attorno al nostro mondo ed offre spunti di riflessione nuovi anche per molti di noi. Il progetto, che per ora credo abbia avuto più risonanza negli ambienti della fotografia rispetto che a quello dello skateboarding, viene raccontato qui sotto nell’intervista che Ale ha fatto a Claudio. Senza altre moine ecco Head of the Lion.

Intervista: Alessandro Redaelli

Foto: Claudio Majorana

”Head of the Lion” by Claudio Majorana

Ciao Claudio vuoi introdurci il tuo nuovo progetto Head of the Lion?

Head of the Lion è un lavoro che ho iniziato durante l’estate del 2011. In quel periodo stavo lavorando sulla scena skate in Sicilia e per caso ho scoperto un gruppo di ragazzini che iniziava a skateare a Misterbianco, una cittadina della periferia di Catania.

Essendo un posto un po’ insolito per la nascita di una scena skate ed essendo rimasto molto incuriosito dalle foto delle rampe che avevano costruito, sono andato a conoscerli.

Sicuramente in quel periodo non immaginavo che il lavoro sarebbe durato 6 anni e che non sarebbe stato solo un progetto sullo skateboarding.

Perché ritieni che Misterbianco sia una località insolita per lo skateboarding?

Probabilmente lo è qualsiasi realtà periferica in Sicilia. Lo skateboarding si sta diffondendo sull’isola ma è un processo ancora lento. Nelle grosse città siciliane si fatica ancora molto per riuscire ad avere uno spazio o uno skatepark adeguato al numero di skaters. A maggior ragione nel 2011.
In favore di Misterbianco devo però dire che il comune, durante i 6 anni in cui ho seguito i ragazzini, ha costruito uno skatepark su loro richiesta. Per quanto sia costato molto e costruito da una ditta non specializzata alla fine non è male. Va sicuramente bene per iniziare.

Ho l’impressione che tu sia partito dallo skateboarding ma sei entrato in contatto con qualcosa di più profondo… dove pensi ti abbia portato questo progetto?

Per i primi due anni effettivamente mi sono concentrato molto su tutto quello che riguardava lo skateboarding. Poi ricordo che feci vedere il lavoro a un’amica photo editor che mi disse “Sei a un bivio, se vuoi fare un lavoro sullo skateboarding devi sviscerare ancora di più questo argomento. Voglio vedere le ferite, la fatica e tutto quello che riguarda questo mondo. L’altra opzione che hai è raccontare quello che sta succedendo intorno a loro. La loro vita, adesso più che mai, è in continuo cambiamento e tu sei già dentro a questo progetto e alle loro vite.”

Ho scelto la seconda strada e in poco tempo ho sentito che Head of the Lion stava diventando qualcosa di veramente importante per me. Mi stavo formando come fotografo e come persona, stavo legando tanto con questo gruppo di skaters e scoprivo sempre di più una grande affinità per tutto quello che riguardava l’adolescenza.

 

Potremmo definire Head of the Lion come una tua lettura sociologica e fotografica dell’adolescenza siciliana?

Sicuramente è uno spaccato sull’adolescenza di questi otto ragazzini. Non so se si può definire un lavoro sugli adolescenti dell’isola in generale. Per quanto non sia un posto enorme la Sicilia ha una grande eterogeneità legata alla diversità dei luoghi e alla sua storia.

Di contro c’è il fatto che tante volte invece ci si riconosce nelle storie degli altri e forse qualcuno si riconoscerà anche nei ragazzini di Head of the Lion. Lo spero.

Perché in fondo uno dei motivi per cui fotografo l’adolescenza è il fatto che vorrei che le persone non dimenticassero la propria.

Ritieni che le persone tendano a dimenticare l’adolescenza? Perché pensi che sia importante mantenere il ricordo?

Si, credo che dimentichiamo tante cose di quel periodo, soprattutto come eravamo. Questo, una volta cresciuti, ci fa spesso essere frettolosi nel farci un’idea sulle persone più giovani di noi.
Gli adolescenti sono spesso additati per il loro comportamenti, ma molti di questi rispondono a caratteristiche anatomiche legate allo sviluppo del sistema nervoso.

Credo si possa fare tanto in molti campi, come quello dell’istruzione o della medicina, per facilitare questa delicata fase di formazione.

Ho visto quei cartelli con i trick e i nomi dei ragazzi, ho visto strutture improvvisate e ho potuto assaporare immediatamente la difficoltà e la spontaneità e fantasia che serve a questi skateboarder per crescere e migliorare. Cosa ti ha colpito maggiormente nella quotidianità e nella vita di questo gruppo?

Quando ho iniziato a fotografarli andavo in skate da poco più di 10 anni e non avevo mai visto una scena come la loro. Quello che mi ha colpito da subito è stata la loro voglia di imparare. Non che io fossi un genio dei flip tricks, diciamo che non è mai stato il mio, ma quando glieli spiegavo ci mettevano veramente pochi giorni a chiuderli. Saranno stati chiusi male e magari per farli avevano spinto in mongo. Ma skateare li rendeva felici ed ero certo che fosse una bella cosa che gli stava capitando.

Spesso skateavano con la tuta, quando ancora questa cosa non andava di moda. Quando li prendevano in giro mi arrabbiavo abbastanza. Le loro scarpe e tavole le usavano finché non cadevano letteralmente a pezzi e erano in fissa con i trick old school.

Questo per dire che erano veramente puri e liberi da mode, preconcetti e inutili regole tipo “si skatea così, si spinge così, questo trick non lo fa più nessuno” e così via.

 

Credo che tutto questo sia fantastico. Voglio dire il linguaggio dello skateboarding unisce dei mondi cosi diversi: questa crew di misterbianco affascinata dall’old school di Los Angeles anni 80. Un fotografo di skate che si imbatte in un lavoro molto profondo… quanto ha influito lo skateboarding nella tua vita come fotografo ma anche come uomo?

Credo che iniziare a skateare sia una grande fortuna. Durante la mia adolescenza tutto ruotava intorno a quello e teneva la mia mente occupata e lontana dalle crisi giovanili e da tutto quello che non andava. Era qualcosa con una sua sacralità. Il mio skate aveva un posto esatto nella mia stanza, poggiato a un armadio. Ogni volta che entravo e uscivo dalla mia camera passavo una mano sopra il grip per sentirlo.

Era il mondo che nessuno poteva toccarmi e che veniva prima di tutto. Per molti è stato veramente il primo amore. Qualcosa che amavi anche quando ti lasciava mentalmente e fisicamente a pezzi. La paura più grande della mia giovinezza, infatti, era l’idea di non potere più andare in skate.

Oggi porto ancora dentro tanto di quegli anni. Credo che lo skate mi abbia dato una bella spinta ad andare avanti in tante occasioni ed è anche stato quello che mi ha avvicinato alla fotografia.

 

Quindi pensi che lo skateboarding ti abbia reso una persona migliore?

Credo che abbia sviluppato e tenuto in allenamento per tanti anni la mia creatività. È un aspetto fondamentale dello skateboarding. Non so se un altro sport mi avrebbe dato anche questo.

 

Come descriveresti la vita dei protagonisti di ‘Head of the Lion’? Quale pensi siano le caratteristiche uniche di un gruppo di adolescenti della provincia che si affacciano al mondo dello skateboarding?

Alcuni di loro sono ragazzi cresciuti veramente con poco e che hanno imparato presto ad affrontare questioni non facili da gestire. Nei sei anni in cui li ho seguiti ho visto un netto cambiamento nel momento in cui hanno abbandonato lo skate per iniziare a lavorare, finire la scuola o affrontare la vita in generale.

Quello che mi ha stupito di più è stata la determinazione di molti di loro. Un’energia inaspettata che è venuta fuori nel momento in cui la vita ha imposto scelte importanti.

Oggi alcuni di loro sono all’università e altri stanno eccellendo in degli sport a livello nazionale. Come tutti hanno dei sogni ma, rispetto alla media, sembrano più disposti a inseguirli e credo che questa sia una storia che si ripete. Cioè quella di chi viene da un posto piccolo e che sta stretto.

Il titolo del progetto, non a caso, fa riferimento alla scogliera dove loro passavano l’estate, la Testa del Leone, a Catania. Il tuffo dalla testa è una sfida, una prova di coraggio di fronte ai membri del proprio gruppo ma anche con se stessi. Ma è anche una metafora del salto verso l’età adulta e quindi verso nuove sfide e incertezze.

Probabilmente lo skateboarding ha anche giocato la sua parte in questo processo. Sono certo che per essere uno skater non puoi lasciare che le cose succedano intorno a te senza prenderne parte in modo concreto.

 

Cosa pensi di avere scoperto in questi anni in merito all’adolescenza, alla Sicilia ed anche in merito alla vita stessa?

Le esperienze che ho vissuto in questi anni mi hanno portato a conoscere meglio anche me stesso. Il salto dalla testa del leone è metaforicamente qualcosa che riguarda anche me, o forse chiunque. In fondo nella vita ci si confronta continuamente con grosse questioni da affrontare o scelte da prendere.

Ho imparato molto anche sulle persone e sul modo di avvicinarmi alle loro vite. Per fotografare qualcuno devi veramente essere presente con il corpo e con la mente, se c’è da comunicare devi essere sincero e, in molti casi, come mi ha insegnato un caro amico, devi anche un po’ perderti e non fotografare sempre con uno scopo o per un progetto.

La Sicilia continua ad essere una terra da cui difficilmente posso separarmi. Ho iniziato a vivere tra Catania e Milano e credo che per adesso questo sia il giusto equilibrio.

 

 

Dopo Head of the Lion quali sono i progetti per il futuro?

Con la fotografia ci sono vari progetti work in progress tra cui uno a quattro mani con Arianna Arcara su Librino, una città satellite nella periferia di Catania progettata negli anni ’60 dall’architetto giapponese Kenzō Tange. Il progetto non si sviluppò mai nel modo in cui era stato pensato e oggi Librino rappresenta una delle periferie più problematiche in Italia.

Nel frattempo sto lavorando alla prima mostra di Head of the Lion che sarà a Milano intorno a fine febbraio, poi l’idea è quella di portarla anche in Sicilia.

 

 

Per procurarsi una copia del libro potete andare qui, se invece volete scoprire qualcosa di più sul lavoro di Claudio andate qui.

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